L’idea di Yekatit 12 risale alla fine del 2018. La mia intenzione era fare una graphic novel sulla missione di Ilio Barontini in Etiopia per sostenere i partigiani locali, detti arbegnocc, nella guerriglia contro l'occupazione fascista.
Tuttavia, facendo ricerche, mi sono imbattuto in un documentario sul massacro di Debre Libanos: nel maggio 1937 l'esercito italiano fucila circa duemila religiosi cristiani — monaci, preti, suore, diaconi — in un monastero a nord di Addis Abeba.
Sul momento mi sono vergognato: era un episodio che non conoscevo. Eppure avevo studiato storia alle superiori e sostenuto un esame di storia contemporanea all'università. Stiamo parlando di una strage delle dimensioni di Marzabotto, simbolo della mostruosità nazifascista. Solo che qui i nazisti non ci sono: è un eccidio interamente italiano. Com'è possibile che non ne sapessi nulla? E perché era avvenuto?
Nel documentario lo storico britannico Ian Campbell spiega che questo massacro è l'ultimo di una serie di rappresaglie terrificanti compiute dagli italiani dopo l'attentato al maresciallo Graziani, avvenuto tre mesi prima. Il 19 febbraio 1937 — giorno Yekatit 12 nel calendario etiope — due giovani eritrei, Abraham Deboch e Mogos Asghedom, avevano infatti lanciato delle granate contro il governatore italiano.
Più avanti nel video, l'attuale Arcivescovo Cattolico di Addis Abeba, Berhaneyesus Souraphiel, rivela che Abraham e Mogos furono aiutati nell'impresa da suo zio: un giovane etiope di nome Simeon Adefris.
La foto di Simeon mi colpisce. È elegante, pettinato con cura, indossa un completo nero con farfallino: un partigiano borghese, molto lontano dall'immaginario che avevo esplorato fino a quel momento, fatto di guerriglieri in divise kaki, cartucciere a tracolla e capigliature incolte. Mi immagino un uomo agiato che avrebbe potuto godersi la sua posizione di privilegio conformandosi agli occupanti — traendone addirittura vantaggio — e invece sceglie di rischiare tutto per partecipare a una missione suicida.
Comincio a scavare ed emerge una storia appassionante. La vicenda dell'attentato a Graziani è il fulcro attorno al quale ruotano eventi enormi: una massiccia propaganda razzista e sessista ("faccetta nera"), una guerra di invasione con uno sforzo bellico paragonabile a quello americano in Vietnam, l'uso di armi chimiche, leggi razziali ante litteram, repressioni spaventose, campi di concentramento con tassi di mortalità superiori ad Auschwitz, partigiani neri che affrontano — e sconfiggono — il fascismo nel suo momento di maggiore forza, molti anni prima della Resistenza italiana. Fatti che dovrebbero essere parte integrante della nostra memoria collettiva e che invece, salvo sparute eccezioni, ignoriamo.
Ma dentro la Storia con la S maiuscola c’è soprattutto la storia appassionante di un gruppo di ragazzi, poco più che ventenni, che scelgono di avventurarsi in un’impresa folle contro un nemico feroce e apparentemente invincibile, nel tentativo di liberare il proprio paese dall’invasione.
Questa vicenda mi risucchia come un vortice. Decido di accantonare il progetto su Barontini e raccontare la storia dello Yekatit 12, adattando a fumetti il lavoro di ricerca di Ian Campbell e in particolare tre libri: The Plot to Kill Graziani (Addis Abeba University Press, 2010), The Massacre of Debre Libanos (AAU Press, 2014), e La strage di Addis Abeba (Rizzoli, 2018). Entro in contatto prima con Campbell, che mi sostiene attivamente nella realizzazione del progetto, e poi con il Cardinale Berhaneyesus e suo fratello — nipoti di Simeon — che si rendono disponibili a condividere materiali e ricordi sulla loro famiglia.
Scopro che quando si parla dello Yekatit 12 quasi tutti attribuiscono l’attentato esclusivamente ai due eritrei che lanciano le bombe: Abraham Deboch e Mogos Asghedom. La figura di Simeon, invece, rimane nell’ombra per decenni.
La sua storia emerge pubblicamente solo nel 1986, quando la sorella, Assegedech Adefris, ne parla durante un’intervista alla televisione nazionale etiope. Nella letteratura storica il nome di Simeon compare per la prima volta soltanto nel 2004, in un articolo dello storico Richard Pankhurst, Nuove rivelazioni sull’attentato a Graziani, pubblicato sui Quaderni Piacentini, la rivista diretta da Angelo Del Boca.
Scelgo così di mettere al centro della narrazione proprio Simeon Adefris: il terzo uomo del complotto, rimasto per lungo tempo ai margini della memoria storica. E di raccontare la vicenda dal punto di vista di sua sorella Assegedech, che ha vissuto quei fatti in prima persona e si è battuta per anni perché il ruolo di Simeon venisse riconosciuto. La sua voce introduce nella storia uno sguardo intimo e partecipe, ma anche un punto di vista femminile che contrasta con la retorica virile e la violenza machista del fascismo.
Infine, intreccio la vicenda storica con un discorso nel tempo presente. Se il nostro passato coloniale sembra rimosso dalla coscienza italiana, i retaggi di quell'esperienza restano ancora attivi, a partire dalle intitolazioni dei nostri spazi pubblici, e continuano a produrre tossine suprematiste e militariste.
Per questo, nel fumetto racconto un percorso sul tema coloniale dall’ignoranza personale alla consapevolezza collettiva: una possibile evoluzione che ci aiuti ad affrontare le nostre responsabilità storiche e a migliorare il rapporto con le popolazioni che abbiamo colonizzato.